I bambini e le emozioni, come aiutarli a gestirle?

 

 

Le emozioni sono un aspetto importantissimo per gli esseri umani, sia grandi che piccini. Imparare a riconoscerle e a gestirle è fondamentale e prima si inizia a farlo meglio è. Spesso però questo argomento viene sottovalutato e l’educazione emotiva dei più piccoli viene tralasciata. Per questo motivo vorrei darvi qualche indicazione su come aiutare i bambini a riconoscere e gestire le emozioni. Se prepariamo fin da subito i bambini ad affrontare in maniera corretta l’emotività essi avranno in futuro il bagaglio necessario per fronteggiare le sfide della vita e le relazioni interpersonali. In parole povere vivranno meglio e supereranno meglio le difficoltà.

Quali sono le emozioni principali?

Bisogna innanzitutto distinguere tra le emozioni primarie (innate, presenti in qualsiasi popolazione quindi universali) e quelle secondarie (si originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e le sue interazioni sociali). Sostanzialmente le emozioni sono variazioni che avvengono a livello fisiologico (aumento del battito cardiaco, sudorazione…), psicologico (pensieri del tipo “mamma mia che paura…”, “non ce la posso fare…”) e comportamentale (fuggire, gridare, mimica facciale che varia). Conoscere quali sono le fasi dello sviluppo emotivo è altrettanto importante che conoscere quando i bambini iniziano a parlare o a fare i primi passi. Questo per due motivi, da un lato per monitorare che avvenga tutto da manuale e da un altro lato per fare in modo che gli adulti rispettino le possibilità dei bambini. Sarebbe assurdo pretendere che un bambino di 12 mesi dia risposte empatiche e avere dei giudizi negativi se non ha tali risposte empatiche. Secondo la Teoria della Differenziazione (Sroufe,2000) le emozioni si originano differenziandosi da uno stato iniziale di eccitazione indifferenziata. Questo percorso è possibile anche grazie allo sviluppo cognitivo che procede in parallelo e con il quale si influenza reciprocamente oltre ad essere condizionato da fattori sociali e culturali. Permettere ai genitori di avere più conoscenze su questo tema li rende più competenti nell’esercitare un’influenza positiva sullo sviluppo emotivo dei figli.

Per educare un bambino alle emozioni è importante saperlo ascoltare e saper percepire il suo stato emotivo. Bisogna entrare nella sua “sregolazione” emotiva per cercare di ristabilire l’ordine e fare chiarezza con fermezza ed autorità, ma al tempo stesso con dolcezza. Di fronte ai capricci  di un bambino è inutile arrabbiarsi e strillare è più utile mostrarsi sereni e tranquilli e far capire al proprio       figlio che mamma e papà sanno cosa fare, sanno “addomesticare” le emozioni.

L’educazione emotiva comincia fin dalla vita prenatale. Non è affatto vero che i bambini piccoli non capiscono essi hanno una percezione molto forte delle emozioni (percepiscono rabbia, ansia, tristezza, gioia ecc..). L’educazione è molto importante anche nel secondo anno di vita. In questa fase il bambino inizia ad autodeterminare il proprio comportamento, a dire di no e anche ad avere dei veri e propri scontri con i genitori in merito a quello che vuole o non vuole fare. Sempre in questo periodo, chiamato da alcuni dei terribili due, il bambino potrà acquisire una competenza emotiva solo grazie a genitori autorevoli, tranquilli, sicuri e anch’essi ben regolati. Nel modello dell’educazione emotiva il genitore deve essere capace di educare il proprio figlio senza ricorrere a urla o sculacciate. Una volta approdato nella scuola dell’infanzia, grazie all’aiuto degli adulti di riferimento, il bambino imparerà ad individuare, distinguere e condividere i propri stati emotivi nominandoli.

 

Ogni volta che il bambino sperimenta un’emozione l’adulto deve entrare nel ciclo di regolazione emotiva (proposto dal dottor Alberto Pellai in L’educazione emotiva) che consiste in 6 tappe:

1)      Attivazione di uno stato emotivo nel bambino. Il bambino sperimenta un emozione, un disagio che non sa gestire.

2)      Il bambino comunica all’adulto questo suo disagio in modo non verbale (piange, strilla…). Userà il verbale solo quando sarà più grande nella seconda infanzia (3/6anni).

3)      L’adulto riceve questa alterazione dello stato emotivo (intercetta il disagio del bambino e comincia a selezionare una risposta per gestirlo, aiutarlo e/o contenerlo)

4)      L’adulto offre una risposta basata su gesti e parole che soddisfino il bisogno emotivo del bambino. Tra le varie alternative l’adulto individuerà e metterà in atto quella che gli sembrerà migliore per aiutare il bambino in quel momento e che meglio risponde ai suoi bisogni.

5)      Il bambino sperimenta la risoluzione del proprio stato emotivo. Lo stato di disagio e di attivazione emotiva si affievolisce fino a scomparire del tutto.

6)      Il bambino raggiunge un’esperienza di soddisfazione e benessere. Questo stato di appagamento lascia la netta sensazione al bambino che la sua regolazione emotiva è stata risolta grazie ad un’azione competente da parte dell’adulto.

 

Ecco infine qualche consiglio pratico per aiutare i genitori in questo compito:

1) ATTENTI ALLE EMOZIONI. Dare allo sviluppo emotivo il giusto peso esso va considerato altrettanto importante di aspetti più osservabili della crescita del bambino come lo sviluppo motorio. Alla base della competenza emotiva vi sono l’espressione, la comprensione e la regolazione delle emozioni. Una competenza emotiva adeguata favorisce uno sviluppo psicologico sano.

2) NOMINARE LE EMOZIONI. Dare un nome alle emozioni e quindi aiutare i bambini ad identificare i propri vissuti interni permette di migliorare la competenza emotiva e quindi di gestire in modo più corretto le emozioni. Se il bambino confonde la tristezza con la fame, ad esempio, non solo avrà difficoltà nell’espressione emotiva, ma rischia di cercare, in futuro, consolazione nel cibo.

3) NON COLPEVOLIZZARE PER LE EMOZIONI PROVATE.  Bisogna trasmettere ai propri figli la piena accettazione dei vissuti emotivi di cui si fa esperienza. Non dire mai ad un maschietto “ sei un maschio e i maschi non hanno paura di nulla” perché cosi facendo lo si farà sentire inadeguato rispetto ad un’emozione molto forte che sta provando. Se il bambino piange non dire che solo le femminucce piangono perché cosi gli si impedisce di entrare in contatto con la propria tristezza e sentire che è valida ed ha un senso. Si può invece mettere in discussione la modalità usata dal bambino per esprimere le emozioni (per esempio tirare un calcio se arrabbiato).

4) LE PAURE VANNO RASSICURATE E NON GENERATE.  Se il bambino è consapevole che la mamma ed il papà sono pronti ad accogliere i suoi timori senza giudicarli sarà più facile per lui non avere paure. Spesso i bambini attribuiscono un significato di pericolosità a stimoli che magari non ne hanno a causa di reazioni o azioni dei genitori. Se camminando per strada alla vista di un cane che passeggia tranquillamente dall’altra parte del marciapiede la mamma prende in braccio di scatto il bambino lui penserà che è una situazione pericolosa. Se quando viene messo a fare la ninna nella sua stanza ad ogni minimo gemito i genitori accorrono in suo soccorso non solo sarà più difficile che si riaddormenti da solo nel suo letto, ma percepirà la sua cameretta come luogo poco ospitale.

5) LE EMOZIONI VANNO VISSUTE. Lo so vedere proprio figlio che soffre o in difficoltà è devastante per un genitore, ma solo permettendogli di vivere l’emozione negativa gli restituiremo un’immagine di se stesso come capace di sopravvivere e andare oltre la tristezza (vedere anche il mio articolo sull’overparenting).

 

Il ruolo dei genitori è fondamentale perché il bambino darà un significato alle proprie emozioni in base a come reagiscono i genitori nel momento in cui sperimenta tali emozioni. Sono essi a fornire una competenza emotiva ai propri figli, a munirli di un educazione che si organizza, si regola e si sviluppa durante l’età evolutiva e che durerà per tutta la vita. 

Quindi il consiglio per tutti i genitori è proporre una risposta speculare e complementare all’emozione riscontrata dal bambino. Per esempio se il bambino è triste va consolato, se è arrabbiato va contenuto oltre che aiutato a non trasformare l’emozione in qualcosa di violento, se ha paura bisogna farlo sentire protetto. I genitori sono importanti anche quando il bambino sperimenta emozioni positive, perché per un bambino la felicità può considerarsi tale solo se può condividerla con qualcuno che ama.

 

Bibliografia

- Pellai, A. (2016). L’educazione emotiva .Fabbri Editore.

- Sroufe, L.A. (2000). LO sviluppo delle emozioni. Raffaello Cortina.

- Saarni, C. (1999). The development of emoziona competence. Guilford Press.

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